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Il Judo educativo:
in Giappone ieri e in Italia oggi


di Cesare Barioli
Conferenza tenuta nell'Università dell'Aquila
23-11-1999

Da judo-educazione a sport-educazione


Attualmente in Italia una trentina di associazioni di judo (2.000 praticanti) praticano la proposta educativa del judo e altrettante ne accettano alcuni aspetti come l'insegnamento a disabili (alcune categorie di disabili mentali e fisici, non vedenti e non udenti), a giovani disadattati (condannati, o a rischio), a comunità di recupero.

La buona volontà naturalmente non basta e spesso si sono verificare situazioni difficili dovute all'incomprensione dell'autorità. Abbiamo ottenuto ottimi risultati occupandoci dei disabili mentali, nonostante la mancanza sia di una struttura assicurativa (la nostra politica è stata: non incorrere in incidenti), sia di una collaborazione medica (in questo caso abbiamo sfiorato il reato), sia di un riconoscimento ufficiale (sarebbe opportuno che il Ministro chiarisse agli operatori del sistema che la nostra suddivisione empirica in psichici, caratteriali e dawn con ritardati, non possono essere messe insieme, a scanso di guai).

Mediocri risultati abbiamo ottenuto con il sistema carcerario minorile. Una delle difficoltà è l'accesso alle cartelle mediche per sapere quale allievo (il 50%) è siero positivo. Nel judo ci si graffia, anche... Un'altra sono i pidocchi che ci portiamo in palestra. Meglio ci sta andando con i giovani teppisti di buona famiglia, perchè spesso è il giudice minorile, contrario alla galera, che preferisce condannarli a due anni di judo presso un buon insegnante. La cosa è sperimentale. E imbarazzante.
Nelle comunità di recupero per tossico-dipendenti, la difficoltà è economica: vi sono delle spese che la comunità non vuole o non può affrontare; mentre assorbire questi utenti in corsi normali richiede la garanzia che non siano sieropositivi e comunque la segretezza, perché la gente li rifiuta. Vi è anche la constatazione che il judo non interessa per la debilitazione fisica e per la mancanza di una promessa di impiego attraverso di esso.
L'esperienza con i disabili mentali ci ha portato ad organizzare buone gare e dimostrazioni, che giovano ai ragazzi insieme alla disciplina di palestra e ai concetti assimilati dalla pratica; ci siamo aggiornati con una serie di congressi internazionali dove abbiamo appreso dai francesi (molto avanzati nel settore) e abbiamo insegnato ad altre nazioni arretrate rispetto a noi.

Nell'attività incontriamo una difficoltà nella competente federazione del Coni che, applicando il regolamento sportivo, espone a gravi rischi (documentati da incidenti) i ragazzi; e spingendo la proposta delle para-olimpiadi (che noi non ammettiamo per i disabili mentali) crea un effetto contro-educativo.
Vorrei aggiungere che comunque il sogno di portare i disabili meno gravi ad un'autosufficienza che li renda relativamente indipendenti dalle famiglie (affrontata in Francia con un discreto successo) è remoto e passa per un diverso approccio al disabile da parte di tutti gli operatori coordinati. Ciò che invece abbiamo indiscutibilmente ottenuto da questa esperienza è una notevole crescita umana dei normodotati che sono stati, più o meno a contatto con i disabili. Cosa che ci ha fatto postulare una comunità di recupero per normodotati gestita da disabili...

Le proposte per trovare alleati e compagni in altre discipline sportive sono finora cadute nel vuoto. Tuttavia sappiamo che il processo di coinvolgimento passa attraverso un riconoscimento ufficiale e, in attesa di questo, continueremo a lavorare.