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Il Judo educativo:
in Giappone ieri e in Italia oggi


di Cesare Barioli
Conferenza tenuta nell'Università dell'Aquila
23-11-1999

Una proposta educativa


Se l'educazione è andata in un senso, parlandone insieme, definendola e quindi attuandola, potremo modificare il corso di questa storia, riappropriarci del destino e offrire ai nostri figli e nipoti un mondo adeguato al loro livello di sviluppo. Espongo in cinque punti la mia proposta di insegnante di judo.

  1. L'educazione nasce per insegnare ad affrontare la realtà.
    Ogni genitore prepara il suo cucciolo ad affrontare la realtà. Ho osservato questo nell'animale selvatico e ne ho sentito parlare da Alberto Manzi relativamente agli indigeni dell'Amazzonia.
    Mi pare che una svolta è stata attuata da Platone (La Repubblica) quando raccomanda agli educatori dei futuri 'custodi' di non raccontare ai bimbi le avventure licenziose degli dei, che potrebbero ispirarli da grandi, distraendoli dalla vita di austerità che lui auspicava per la categoria; da Platone in poi troppo spesso l'educazione è uno strumento del potere.

  2. Non c'è educazione senza trasmissione di un principio morale.
    Io non posso trasmettere a mio figlio l'esperienza con cui io ho affrontato il problema sessuale, perchè allora non c'era l'aids; mio padre ha dovuto adattare le sue conoscenze fotografiche ai nuovi tempi, perchè in gioventù stendeva sulla lastra un'emulsione idonea all'immagine che voleva ottenere (per esempio paesaggi nebbiosi in pieno sole). Ma se comunico ai giovani Il Miglior impiego dell'Energia e propongo loro le prime esperienze in tal senso, poi sarà semplice, con l'insegnamento, dare nozioni applicative adeguate.
    Semplicisticamente, possiamo dire che spesso quando nella storia abbiamo fatto qualcosa di buono, abbiamo applicato Il Miglior Impiego dell'Energia. Questo principio è di grandissima importanza pratica e morale.

  3. Occorre presentare questo principio morale innovativo ad un Occidente che ha sempre avuto "verità rivelate". Se noi mettiamo insieme dei bambini di cinque anni, arabi ed ebrei, bianchi e neri, figli di comunisti e fascisti, dopo un quarto d'ora giocheranno insieme. Ritrovandosi vent'anni dopo probabilmente si uccideranno, come dimostrano gli oltre 40 conflitti in atto nel mondo.
    Cos'è successo nel frattempo? Abbiamo dato loro un'educazione di parte (secondo le aspirazioni del potere di turno) religiosa, etnica, o politica. Se noi adottassimo per tutti il principio morale di Il Migliore Impiego dell'Energia, guidandone le prime esperienze durante l'età ricettiva e facendo scoprire che Il Miglior Impiego dell'Energia è:
    tutti insieme per Crescere e Progredire, arrivati a vent'anni questi giovani potranno prendere coscienza delle proprie tradizioni etniche, religiose e politiche e trapiantarle sul Principio Morale Universale che costituisce la base della loro educazione, arrivando a litigare com'è giusto per l'affermazione delle idee, ma senza uccidersi. Diminuirebbero di molto le guerre.

  4. L'educazione a Il Miglior Impiego dell'Energia suppone l'unificazione di mente, corpo e cuore.
    Istruttori sportivi e professori di educazione fisica possono rivolgersi al corpo; mentre gli insegnanti di materie intellettuali, che parlano da dietro la cattedra, raggiungono solo la mente. Si propone una concezione rivoluzionaria dello sport e dell'educazione fisica, con adeguata rivalutazione degli operatori.
    Alcune discipline sportive dovrebbero essere scartate da questo processo, altre dovrebbero modificarsi; certamente l'ideale olimpico andrebbe accantonato, o riservato all'ingresso al professionismo. L'educazione fisica dovrebbe essere rivoluzionata (negli anni '60 l'Isef ha scartato il judo, sesto sport nazionale per numero di praticanti, dai suoi programmi perché disciplina extraeuropea, chiarendo che le stava più a cuore il razzismo strisciante che il sereno esame di cosa poteva giovare ai ragazzi).
    Una definizione di educazione fisica si potrebbe così formulare: essere sani per essere utili. Rivediamo il basket, il body building e, naturalmente, il football.

  5. Il judo è parte di questa proposta educativa.

Gli occidentali hanno accettato il judo nel dopoguerra quando, da una parte non erano disposti a farsi dare lezioni di morale dai giapponesi, e dall'altra questi ultimi avevano bisogno di uno sport nazionale per creare l'immagine del nuovo Giappone.
L'accordo fra le due parti ha trasformato il judo in uno sport olimpico in cui si cerca di vincere ad ogni costo per l'onore del gruppo di appartenenza e non disdegnando il premio in danaro. Le conseguenze dell'educazione sportiva sono particolarmente evidenti in Maradona (il campione più conosciuto al mondo), Tyson (il più apprezzato) e Tomba (onore e vanto della nostra Penisola sciatrice).

Il creatore del metodo judo non voleva che tutto il mondo lo praticasse, ma lo proponeva come esempio: inserendo in un'arte di autodifesa il principio morale, questa si trasformava in una disciplina educativa. Ci ha chiesto di inserire il principio morale nella scuola, con lo sport, con gli oratori, con i boys scout.. Dovunque troviamo delle attività per i giovani.

In pratica, come agisce il judo? Uno dei suoi motti è "dare per crescere e crescere per dare di più". La struttura del judo è descritta come: un fondamento che è insegnare a combattere, le pareti della costruzione sono essere sani per essere utili, e il tetto è costituito dal principio morale del Miglior Impiego dell'energia.

Tutto comincia con un saluto, che è un rito per fissare l'attenzione, poi, dietro la facciata superficiale di studio delle cadute e perfezionamento delle tecniche di pugno e calcio, delle proiezioni e della lotta corpo-a-corpo, il giovane affronta un periodo in cui l'obiettivo è dare tutto se stesso al judo. Dopo questa esperienza egli sarà in grado di dare tutto se stesso a qualsiasi obiettivo si proponga: la famiglia, il lavoro un'impresa, la soluzione di una crisi.
Il momento successivo porta a dare tutto se stesso con il judo. Comporta incontrare l'altro e poter lavorare e costruire insieme a lui, disponendo dell'istruzione ricevuta.
Il terzo passo è dare tutto se stesso agli altri, cioè la comprensione del principio sociale: si sta insieme per costruire un mondo migliore. Non uso volutamente il termine "si lavora", perché il verbo "lavorare" è stato interpretato come fare qualcosa per un salario o stipendio e il judoista non lavora in tal senso, ma contribuisce a migliorare il mondo sociale. Solo incidentalmente incassa dei soldi che gli servono per vivere.
L'ultimo passo insegnato dal judo ha una configurazione esoterica. Si tratta di raggiungere lo stato del dare, un modo di essere che acquista realtà dopo aver mosso i primi passi sulla via.