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I Mandarini, funzionari del Celeste Impero


Parte 2


Un severo controllo della vita pubblica


Il primo ruolo dei mandarini era quindi quello di inquadrare e di dirigere il lavoro e la vita del popolo, sia in campagna che in città. Controllavano, coordinavano e dominavano autoritariamente l'intero corpo sociale e l'apparato produttivo. Estremamente gerarchicizzata e ben articolata, la macchina amministrativa era molto efficace e "ben oliata"; lo spirito di sottomissione e la paura di venir denunciati o retrocessi facevano il resto.
Gli ordini partivano dall'amministrazione centrale, nella capitale, e ricadevano come una pioggia fin nei più piccoli villaggi dell'impero, ripercuotendosi a livello di tutti gli strati della società. Sottoposta a un vero e proprio dirigismo di Stato, le decisioni riguardanti l'intera vita sociale ed economica del paese venivano quindi prese in alto loco. In definitiva, con un sistema di mandarinati apparentemente democratico, la Cina è sempre stata laica, socialista e totalitaria, nel senso che nessuno dei settori della vita sociale ed economica sfuggiva al suo potere decisionale e al suo controllo. Semplice ed efficace, la macchina amministrativa risolveva tutti i problemi, decideva a proposito di ogni cosa e in particolare controllava molto da vicino soprattutto il commercio. Una bella continuità, quindi.

A tutti i livelli, funzionari statali, provinciali o locali, dirigevano e controllavano la vita pubblica, gli affari nonché i lavori pubblici (costruzioni di canali, di edifici pubblici, di muraglie difensive ecc.). In ognuna delle capitali provinciali - variate da dieci a venti a seconda delle epoche - lo yamen era la residenza del viceré o del governatore. E il numero di questi naturalmente è cambiato con il tempo; nel secolo scorso si contavano otto viceré e quattordici governatori provinciali. Gli yamen erano spesso delle vere e proprie cittadelle, con sale di ricevimento, residenze, abitazioni, magazzini, armerie, tribunale, prigione ecc. In sintesi, erano la sede di un potere forte e temuto.
Se i mandarini erano relativamente numerosi, coloro che venivano chiamati a governare e ad amministrare erano in numero piuttosto ridotto: circa 27.000 funzionari statali (7.000 dei quali erano militari). La metà di questi erano assegnati alla sola capitale, divisi nelle varie sedi dell'autorità centrale; poco prima della rivolta dei Taiping (1850-1864) il "grande" mandarinato (in carica) contava circa 80.000 persone, e 150.000 dopo; e il "piccolo" mandarinato (di riserva, in attesa), circa 900.000. Così, molti di questi mandarini si trovavano senza un posto e senza competenze ufficiali. Nel 1902, Elysée Reclus forniva dati di questo tipo: "Anche se in Cina non ci saranno più di 40.000 funzionari, tuttavia si conteranno più di un milione di letterati". Per una popolazione che a quel tempo veniva calcolata in circa 400 milioni di anime, il risultato è un mandarino ogni 400 abitanti, ma un alto funzionario letterato ogni 10.000 abitanti. Alla fine del XVIII secolo, Grosser stimava che il numero degli alti funzionari civili fosse di 100.000; tra loro si contavano 270 funzionari imperiali, mandati in missione in provincia, e 8700 alti funzionari, ugualmente importanti.
Si aveva cura di non mandare questi ispettori imperiali nelle province di cui erano originari, e questo per il loro bene, per evitare qualsiasi nepotismo da parte loro, e ogni altro abuso.
Parallelamente si contavano circa 100.000 mandarini militari.

Pur esistendo parità di titoli tra le gerarchie civili e militari, i mandarini militari non godettero mai di tanto prestigio e di tanta stima quanto i civili e, sempre, dovettero segnare il passo davanti ai primi, perfino quando furono reclutati esclusivamente tra l’etnia mancese, fondatrice dell'ultima dinastia, quella dei Qing. In Cina, nel corso di tutto il secondo millennio, questo antimilitarismo fu tradizionale sia negli ambienti dei letterati che in quelli popolari. Dalla dinastia Song (960-1279) in poi, i mandarini militari provenivano da famiglie meno illustri rispetto a quelle che fornivano regolarmente funzionari civili coronati di grande prestigio. A causa di questa disistima generale, l'esercito aveva problemi nel reclutare, e la maggior parte delle truppe veniva arruolata tra la peggior feccia presente tra il popolo. Questo fatto non contribuiva certo a rivalutarne il buon nome. Del resto, molti ufficiali venivano dalla gavetta: 5.000 dei 7.000 già citati. Gli esami dei funzionari militari davano molta importanza ai testi di strategia e a quelli riguardanti le arti marziali (tiro con l'arco, sport equestri ecc.).

I nove ranghi della gerarchia dei mandarini


I funzionari letterati, civili e militari, si suddividevano in gradi amministrativi, ognuno di due livelli, come abbiamo detto. Si riconoscevano dal globulo (o pomo) delle dimensioni di un uovo di piccione, posto sopra alcune pettinature, e dai pannelli ricamati che, come degli sparati, ornavano il petto degli abiti ufficiali. Ognuno dei nove ranghi dei mandarini civili si distingueva per il tema di questo ricamo: vari tipi di uccelli. E per i militari, emblemi raffiguranti quadrupedi. Questo buzi o pettorale ricamato sullo sparato, mostrava quindi raffigurazioni animali, simboli di pace o di prosperità.
Ecco, brevemente, lo schema di questi segni per ognuno dei nove gradi amministrativi; con il nome dell'animale, tra parentesi, per i mandarini militari.

1° grado: buzi con gru della Manciuria (qilin per i militari); globulo rubino, rosso uniforme.
2° grado: fagiano dorato (leone); globulo rosso corallo cesellato o pietra rossa opaca, scolpita.
3° grado: pavone della Malesia (leopardo); globulo zaffiro o azzurro chiaro trasparente.
4° grado: oca selvaggia (tigre); globulo lapislazzuli o turchese, azzurro chiaro trasparente.
5° grado: fagiano argentato (orso); globulo di cristallo o pietra bianca traslucida.
6° grado: egretta o airone argentato (pantera); globulo di giada bianca o pietra bianca, opaca.
7° grado: anatra mandarina o gallinella acquatica (rinoceronte); globulo di rame dorato e lavorato minuziosamente;
8° grado: quaglia (rinoceronte); globulo uguale a quello del 7° grado.
9° grado: ghiandaia dalla coda lunga (foca); globulo uguale a quello del 7° grado.

La parata dei mandarini


I mandarini in carica avevano anche diritto a onori e vantaggi, come l'uso dei palanchini, con 2, 4, 8 o 12 portatori, a seconda del rango; dei parasoli (uno, due o tre...) dai colori regolamentari. Si riconoscevano inoltre per la cintura rigida, a cerchio, ornata di fibbie e di medaglioni, le cui forme e i cui motivi erano anche in questo caso regolamentari. Alcuni mandarini avevano acquisito l'autorizzazione a fissare al sacrosanto globulo che faceva parte della pettinatura, una lunga e flessibile piuma di pavone, con uno, due o tre occhi (oppure una coda di volpe per i militari). Per manifestare meglio la natura esclusivamente intellettuale della loro vita e il proprio distacco dalle attività manuali e materiali, alcuni si facevano crescere smisuratamente una o più unghie delle mani, unghie che si attorcigliavano e rendevano difficile la presa di qualsiasi oggetto. Particolare questo che colpiva moltissimo le persone che si recavano in Cina.
Per presentarsi a corte, i mandarini portavano, applicata sul petto, una lunga tavoletta d'avorio o di legno laccato, distintivo della loro dignità, con il loro nome e l'elenco dei titoli. Di fronte all'imperatore non dovevano distogliere lo sguardo da questa tavoletta. Inoltre, intorno al collo, si infilavano una collana di 108 perle (numero magico, multiplo di 9 e di origine buddhista), talvolta adornata da altre perle più grosse.

Nel suo "Vie quotidienne en Chine sous les Mandchous", Charles Commeaux ci offre un quadro estremamente vivace, descrivendo l'uscita di un mandarino: "Ogni volta che esce, è accompagnato da una brillante scorta: alabardieri, portatori di fiaccole, guardie a cavallo, palanchino, ventagli, parasoli, servitori di ogni genere che attestano il suo rango elevato. Lui stesso, a cavallo, o portato, ha indosso il costume utflciale, blu o viola, con l'immagine della funzione civile, la gru o qualche altro uccello. Se si tratta di un viceré di provincia, la processione è più solenne.
Osserviamo passare il corteo di uno di questi importantissimi personaggi. È composto da un centinaio di uomini. In testa, due timpanisti battono su tamburi di rame. Sono seguiti da otto portainsegna che inalberano i titoli del magistrato su tavolette di legno laccato, e da quattordici alfieri che innalzano stendardi ornati con le insegne del potere, a cominciare dal drago. Sei ufficiali portano la lode del viceré, su blasoni dotati di manico. Poi seguono due servitori, uno con un parasole aperto, l'altro con la sua custodia. Viene quindi la guardia: due arcieri, dei portatori di falce, di mazza, di “serpente di ferro”, di martelli, di asce, di alabarde, di frecce, che precedono il baule in cui è custodito il sigillo del magistrato. Dopo altri due timpanisti, due uscieri dai lunghi bastoni, passa il corteo dei magistrati, armati di fruste, di sciabole lunghe, di catene, coltellacci e sciarpe di seta.
Corteo poco rassicurante, che sottolinea il diritto di vita e di morte del mandatario imperiale. Soltanto allora compare il viceré, portato sulla sua teca dorata da otto servitori. Paggi, valletti e portatori di ventagli lo scortano. Il corteo termina con un nuovo plotone di guardie a cavallo e di domestici carichi degli oggetti di cui necessita il signore: berretto di ricambio, ventagli, borsa del tabacco, scrittoio ecc. Se si sposta di notte, bisogna aggiungere i portatori delle enormi lanterne di carta su cui si possono leggere i titoli del viceré".